Un decennio in musica: gli anni 00

Si può riassumere un decennio con 3 dischi? Lo anticipiamo già subito, no. Ce ne vorrebbero 100 almeno; di perle per 10 anni ne saranno uscite! Tuttavia abbiamo selezionato tre dischi in particolare per CERCARE di riassumere gli anni 00; il criterio logico è stato: “Cosa è uscito che ha dato un’impronta storica non solo alla musica, ma alla cultura in generale? Chi ha meglio descritto il mood di quel momento? Chi ha gettato le basi per un qualcosa che si è evoluto successivamente?”. Ecco i candidati:

3) Amy Winehouse – Back to Black (2006)

Lei non poteva non essere in classifica. In nemmeno 1.60 di altezza è stata racchiusa una tra le voci femminili più iconiche di sempre che ha raccontato per pochi anni una vita fatta di tormenti. Ma perchè Back to Black e non Frank (2003), l’album di esordio? Perchè BtB è un’evoluzione a 360°, la vocalità di Amy, i testi e gli arrangiamenti sono in perfetta sinergia verso un sentimento comune e presentare nel 2006 un prodotto ricco di sonorità r&b fine anni ’50 e soul anni ’60 piazzandosi ai primi posti in classifiche mondiali non è certo da tutti. Il suo lo aveva da dire e aveva tutti gli strumenti per farlo.

Back to Black non è uno scimmiottamento o un esercizio virtuoso per raccogliere i consensi dei nostalgici in stile “Oggi non c’è più nulla da ascoltare, non è più come prima”, è autentico e il fatto che fosse tutta opera di una ragazza minuta, con un candore sgualcito ma con una voce che con semplici parole tirava macigni in faccia a chiunque nel raccontare il suo malessere, rendono questo album spiazzante. Se poi si conosce la storia della Winehouse si capisce certamente il perchè del filo conduttore dell’album: il nero più verace. Veniamo brevemente alla tracce.

Rehab l’ha presentata al mondo “commerciale” anche se la tematica principale è tutto fuorchè qualcosa che potrebbe fare tendenza: le propongono di andare a disintossicarsi, ma lei non dice semplicemente no, lo ripete ben tre volte. Un fenomeno che ha spazzato via l’intorpidimento che ormai si celava nel panorama musicale.

Si passa alla seconda traccia, cosa potevamo aspettarci se non You Know I’m no Good? Qui il soul-jazz si fonde con una metrica hip hop, può piacere e non piacere ma il punto focale rimangono le liriche di Amy: rime taglienti ma forbite rivelano in modo spietato quanto lei fosse circondata da solitudine e diversità, ma senza mai una nota di rammarico o autocommiserazione. Lei sa bene chi è.
Me & Mr. Jones scorre con un testo in realtà al vetriolo, un omaggio ai miti musicali e vocali della Winehouse che lei fa suo partendo, si dice, da un fatto personale.

Si passa a Just Friends: la tensione si scioglie in un’atmosfera quasi reggae, un racconto di amore, amicizia e sostanzialmente abbandono; il pezzo è stato anche accompagnato da un video che racchiude frammenti del concerto a Sheperds Bush Empire.

Arriva la pietra miliare: Back to Black. Una taumaturgia musicale accompagnata da una ritmica del piano che riporta quasi all’età dell’oro dei musical, qui la Winehouse sfodera tutti i suoi poteri, un testo che non lascia spazio a metafore, ti dice come stanno le cose, ce le ricorda e probabilmente è un monito per Amy stessa. Il suo metro lirico è spettacolare: una voce quasi scorbutica perchè contornata da lividi interiori ma malgrado tutto non perde mai una sorta di intento consolatorio, sicuramente più nei nostri confronti piuttosto che verso se stessa.

Si arriva a Love is a Losing Game, il titolo dice già tutto ed Amy sa bene di cosa parla, anche fin troppo. Un pezzo capolavoro basato su similitudini tramite un mood quasi confidenziale, quasi canzonato che però azzera ogni prevaricazione sessuale. Siamo tutti stati giocatori e tutti almeno una volta nella vita abbiamo perso.
Tears Dry On Their Own riporta di nuovo un messaggio melancolico, tutti abbiamo smesso di credere negli altri e in un legame sincero e duraturo.
Si arriva così all’ultima parte del disco con Wake Up Alone, Some Unholy War, He Can Only Hold Her e Addicted: un quartetto che ancora racchiude frammenti di vita della cantante sotto melodie perfette ma sempre con uno stile inconfondibile: Amy Winehouse non ha mai cercato commiserazione, ci presentava lì cosa viveva e cosa preferiva anche in modo ironico (meglio la marijuana a nuove avventura amorose).

Insomma Back to Black è un disco che va sentito, letto, capito e sicuramente in un’epoca patinata da tutto ciò che è “figo” come quella 2.0, un album così ha dato uno schiaffo morale a molti perbenisti del nuovo millennio, brava Amy.

2) Bruce Springsteen- The Rising (2002)

Noi non possiamo capire a fondo questo disco, noi alcune vicende le abbiamo vissute da distanti, tramite uno schermo, viverci è stato tutt’altro. The Rising è un memoriale del disastro dell’11 settembre e Bruce lo racconta con una voce molto più controllata di prima, più matura. L’immagine delle Torri con la colonna di fumo è forse uno dei simboli più forti ed impressi nella memoria di tutti, un album come The Rising non poteva passare inosservato, il Boss ha avuto una reazione e l’ha trascritta in note e anche bene, ovviamente smarcandosi dalla demagogia politica.

L’album è il sogno americano infranto e di conseguenza apre le pagine di emozioni differenti e quindi stili differenti, dalla disperazione si passa alla speranza, dall’amore alla rabbia, fino alla resurrezione, tutto questo in 73 minuti.
La catarsi americana ha inizio con Lonesome Day, una bella carica emotiva, un pezzo di pancia che ci porta a Into The Fire, un blues che rimanda ad un’altra epoca, dove i protagonisti sono i nuovi eroi: persone normali che si sacrificano e compiono il proprio dovere in difesa di chi in quel momento è rimasto schiacciato non solo da macigni, ma da un intero paese. L’atmosfera si rischiara con Waitin’ on a Sunny Day, lo aspettano tutti un giorno di sole, arriverà prima o poi, forse dopo le prossime elezioni politiche americane però.

Nothing Man si rivela essere un pezzo di transizione che più di tanto non incide ma che lancia la successiva Countin’ on a Miracle, una perla che ci riporta sognanti a sonorità che portiamo nel profondo innalzate da un breve ma memorabile assolo di chitarra.
Si scende a sentimenti impreniati di disperazione con Empty Sky, manifestazione del dolore tramite un’immagine che parte dal titolo: il cielo è riempito di fumo, non è vuoto, e va in contrasto con il cielo di chi quel giorno ha perso la persona amata per sempre, i cieli personali rimarranno vuoti per sempre.

Worlds Apart: capolavoro, nuove sonorità elettroniche lo rendono di spicco, l’atmosfera si fa orientaleggiante dal momento in cui Bruce auspica un avvicinamento di mondi lontani: quello islamico e quello statunitense, un testo che non lascia niente di evanescente nella nostra memoria.

Nel turbinio di sentimenti che pervadono l’album arrivano Let’s Be Friends e Further On (Up the Road), deliziose, quasi una schizofrenia da rocker che smorza i toni con la successiva The Fuse: una ballad intensa ed evocativa, forse il brano veramente più memorabile del disco. Mary’s Place riprende invece le atmosfere di prima arricchita però dagli archi. You’re Missing è di nuovo un memento per chi non si capacita dell’accaduto. E’ il momento di The Rising, un pezzo che da solo potrebbe tenere in piedi chiunque grazia alla melodia, ma la vera sorpresa è Paradise, il testo è tra i più conturbanti: cosa pensa un terrorista prima di compiere un attentato? Il disco si chiude con My City of Ruins, un brano che scopriamo essere un vecchio amico di Bruce, estratto dal cilindro al momento giusto. E’ stata scritta prima dell’11 settembre ma è permeata di devastazione e degrado, ma non arrendevolezza.

Il concetto dell’album è quello di risollevarsi più che di risorgere. Oggi andrebbe ascoltato sicuramente molto di più, forse anche più di allora. Che The Rising abbia lasciato un segno nel mondo è indiscusso, che lo abbia fatto nel migliore dei modi anche.

1) Radiohead – Kid A (2000)

Hanno dato inizio al nuovo millennio con un disco intelligente, nel senso che richiede e pretende attenzione. Il tema? La crisi dell’espressione artistica e la sua rinascita, buon nuovo millennio da chi aveva già capito tutto. I suoni ti entrano in testa di prepotenza ma senza essere mai cacofonici, sono compositi, alcuni quasi alieni proprio per raggiungere il subconscio più recondito e remoto dove alberga il disordine. Disco di platino dopo una settimana, Disco del cuore dopo 18 anni.

Il viaggio inizia con Everything In Its Right Place, eterea, inaspettatamente perfetta, un mantra ipnotico che già ci va venire una pelle così, come evolverà? Con Kid A, si esce già dagli schemi con un pattern elettronicamente moderno ma onirico grazie ad un carillon che ogni bambino dovrebbe avere sulla propria culla, ogni bambino di nome A.

Si prosegue verso The National Anthem, tendenze jazz portano il climax fino al finale: percussioni, basso e fiati creano un girone infernale di suoni inquietante ed inedito, spettacolare. Si passa a How To Disappear Completely, un tappeto di archi che può portare alle lacrime i più empatici, nichilismo e dolcezza stanno insieme come pane e burro.
Momento strumentale Treefingers: metaforicamente potremmo tranquillamente trovarci in un acquario con pesci alieni, le branchie non sono necessarie.

Il fervore della successiva Optimistic riporta ad un sound più tradizionale, canto in primo piano, chitarre affilate come rasoi, distorsioni stupefacenti che ci accompagnano verso un finale degno di nota.
In Limbo è un pezzo sfuggente nei suoni quanto nel testo: smarrimento, fastidio, fantasia, un cocktail di pensieri altamente alcolici. Si passa ad un capolavoro (un altro): Idioteque, con un ritmo devastante accompagnato da un canto folle e passionale, quasi apocalittico; onore al titolo. L’atmosfera si fa subito claustrofobica con Morning Bell, le nostre sinapsi vengono confuse da un elettroencefalogramma odi organo e batteria per poi esplodere e poi rarefarsi nuovamente, spiazzante e da vera dipendenza uditiva. L’album si chiude con Motion Picture Soundtrack, una riflessione (quindi più calma nei toni) su cosa ci serva, la risposta è: vino, rigorosamente rosso, pillole per dormire, sesso e film tristi. Non serve aggiungere altro per un disco di questo calibro se non… Grazie.