Un altro appuntamento con il riassunto di ben dieci anni di storia musicale in tre dischi, i protagonisti di oggi: gli anni 90. Ri-premettiamo, come nel primo articolo, che è pressocchè impossibile fare un riassunto di un’epoca storica di 10 anni in soli 3 dischi; ma per questioni di lunghezza non possiamo dilungarci più di tanto e siccome il 3 è il numero perfetto la scelta è stata ovvia.
Gli anni 90 hanno visto una marea di protagonisti indimenticabili: gli U2 con Achtung Baby, i Pearl Jam con Ten, i Depeche Mode con Violator, gli Oasis con (What’s the Story) Morning Glory?, i Rage Against the Machine con l’album omonimo e molti altri, ma proprio molti. Chi troverete come paladini dell’ultima decade del millennio scorso?

3) R.E.M. – Automatic for the People (1992)

18 milioni di copie vendute in tutto il mondo, un trionfo commerciale. 12 tracce ri-pubblicate nel 2017 con un’edizione speciale con i contro…Fiocchi. Ma a cosa è dovuto tutto questo clamore? E’ un disco maturo e malinconico, quasi una crisi di mezz’età per chi in quegli anni si scontrava con il boato di Nirvana e compagni, i R.E.M. pensavano che non ci fossero hit potenziali nella loro ultima fatica ma si dovettero ricredere dopo il quattro volte disco di platino. veniamo ad un sunto track by track.

Il viaggio con tematica principale nientemeno che la Morte si apre col pezzo Drive: un prototipo ed archetipo di un nuovo sound acustico e desolato che abbandona l’euforia del successo per coniugarsi con una riflessione molto profonda sulla propria identità. Viene subito il momento della celebre Try Not to Breathe: caliamoci il cappello davanti ad una perla rara: quasi sembra un valzer che si sviluppa tra eccezionali armonie vocali e partiture molto toccanti che descrivono angoscia ed arrendevolezza di un anziano con il desiderio di essere ricordato dopo la sua fine.

Con Sidewinder Sleeps Tonite si fa un salto nel passato e la tensione viene allentata da ricordi d’infanzia raccontati tramite un ritmo trascinante, quasi come una filastrocca. Eccoci a Everybody Hurts, capolavoro assoluto dei R.E.M., un pezzo tanto inarrivabile quanto abusato negli anni a venire. Un vero e proprio inno a non arrendersi alla disperazione; in pochi versi viene compresso tutto il dolore provato ed espresso in un lamento quasi straziante (in senso buono del termine).
Un requiem tenebroso è New Orleans Instrumental No. 1 il quale si ricollega alla successiva Sweetness Follows che porta a confrontarci con la scomparsa dei propri cari con note dolci e struggenti suggerite dagli archi che creano una visione nitida dalla parte di chi rimane: un figlio che dà sepoltura ai propri genitori.

Monty Got A Raw Deal dà inizio alla seconda metà del disco e difatti si assaggiano nuove atmosfere esotiche pur con il rammarico presente in tutto l’album: non bisogna farsi incantare dai fuochi fatui della celebrità.
Con Ignoreland si passa ad ritmi più serranti e denunce sociali contro la patria originaria e chi, in quel tempo, la dirigeva (non facciamo nomi ma non è così difficile immaginare di chi si parli). Un brano forse con troppa foga ed irruenza che quindi distoglie l’attenzione dal focus principale, ma noi non siamo di lì quindi non mettiamoci il naso troppo in profondità, politicamente abbiamo già la nostre gatte da pelare.
Con Star Me Kitten approdiamo ad un altro “brano minore” del disco, niente gattini, ma solo atmosfere perverse in salsa jazz molto più rilassate.

Altro capolavoro del disco: Man On The Moon, ricordiamo che ha fatto da colonna sonora all’omonimo film assolutamente da vedere: si descrive Andy Kaufman con sonorità sornione a metà tra samba e calypso, un tripudio epico per coglier e descrivere in toto la vita del triste e geniale comico sopracitato.
Penultimo brano è Nightswimming, narra dell’adolescenza perduta con toni idillici propri di una ballata pervasi da una nostalgia ricorrente, tutti ci siamo rispecchiati in questo pezzo.

Il viaggio si chiude con l’ultima perla: Find the River: una serenata country pervasa da metafore, il titolo in primis. Si ricerca l’infinito e l’eternità, un percorso obbligato come quello del fiume verso l’Oceano. Avevano visto lungo i R.E.M. e questo disco deve aver portato loro fortuna dal momento in cui ancora adesso è considerato uno dei migliori dischi in circolazione.

2) Radiohead – Ok computer (1997)

Eccoli anche qui, eccoli con un altro colpo in canna che ancora adesso riecheggia, un lavoro strabiliante e visionario. Si scrollano il ruolo di “Creep” e danno una svolta al loro mondo lasciando tutto il mercato discografico stupito, via la malinconia e avanti verso le prime posizioni delle classifiche inglesi e americane. Il messaggio principale: il caos. Interrogandoci sul futuro passiamo alla tracce.

Apre il disco Airbag, il titolo è un monito perchè si parte subito con un inizio bruciante ma curato, un tempo sincopato: una gran bella premessa. I 6 minuti successivi sono dedicati a Paranoid Android, consigliamo la visione del video; è un pezzo criptico nel testo ma esplicito nei suoni i quali seguono un crescendo fino all’esplosione finale da brividi. Con Subterranean Homesick Alien si esce dalla claustrofobia per atterrare in uno spazio e tempo dilatati, il leitmotiv? L’alienazione, che si rivela essere la colonna portante di tutto l’album. Si tocca poi uno dei vertici della carriera dei Radiohead grazie a Exit Music (For A Film): descrivere la bellezza di un brano simile è quasi uno spreco, lo riassumiamo con le parole “We hope that you choke”.

Il clima funereo si attenua con Let Down e diventa etereo ed evanescente ma sempre con quel qualcosa di malinconico, un vero e proprio dream pop drammatico. Con Karma Police si fa una strizzata d’occhio al pubblico grazie alla orecchiabile melodia condita con un pizzico di elettronica, spettacolare l’esecuzione vocale straziante. Ultimi suggerimenti robotici con Fitter Happier danno avvio alla parte più sperimentale del disco, qui si manifesta l’irrealtà traboccante di sogni e di illusioni: l’uomo perfetto è solo utopia, anzi, distopia.

Electioneering è l’episodio più violento e, di conseguenza, il pezzo più politico, è una scossa elettrica senza spugna impregnata d’acqua, un’accusa contro le false promesse dei candidati alle poltrone. I toni si fanno vellutati con Climbing Up The Walls, un passaggio obbligato per prepararci alla tripletta finale che vede No Surprises. Il titolo ci inganna perchè di sorprese ce ne sono eccome, a partire dall’inizio: un arpeggio da ninna nanna, un carillon, per un pezzo positivista nonostante la voce triste di Yorke.

Ecco il momento di Lucky, qualche minuto dedicato all’amore inteso come cura a tutti i problemi ed angoscie dell’uomo contemporaneo, ci potremmo figurare la “storia d’amore” di 1984, compreso il finale perchè a chiudere il disco troviamo la traumatica The Tourist, ultima tappa del viaggio nella malinconia che lascia un monito ridondante: abbandonare i ritmi vertiginosi della vita e come lo trasmettono quei geni dei Radiohead? Chiudendo con la massima lentezza possibile di tutti gli strumenti all’unisono.

Il disco si chiude così e con esso probabilmente si è chiuso idealmente non solo l’epoca anni 90, ma tutto il secolo.

1) Nirvana – Nevermind (1991)

Uno dei dischi fondamentali degli anni 90, della storia del rock, della storia della musica. Apprezzato da chiunque e non dite che non sia vero! Questione chiusa, passiamo alle tracce.

L’album si apre con Smells Like Teen Spirit: il simbolo del grunge e di una generazione di incazzati, uno tra i quali, Kurt Cobain, ci ha regalato un testo di un malessere non celato dietro a sofismi. Un successo planetario conosciuto persino dagli Inuit. Con la successiva In Bloom rimaniamo su un testo polemico accompagnato da un video divertente e rabbioso; il ritornello è un frangente che ognuno di noi ha vissuto, o per meglio dire, urlato.

Abbassiamo i toni e sprofondiamo in atmosfere più oniriche grazie a Come As You Are: il giro di basso e l’assolo sono ormai leggenda e il mezzo tono sotto tanto amato da Cobain qui trova una valida spiegazione. E’ tempo di serrare i ritmi e così viene Breed, tutti abbiamo saltato sul letto sotto i colpi della batteria di Grohl, una vera e propria scarica quasi hardcore punk di adrenalina. Il delirio schizoide procede minuto dopo minuto con la celebre Lithium: un mix perfetto tra melancolia ed un ritornello incisivo, singolo innalzato dalla Generazione X ad inno vero e proprio.

Grazie a Polly esce definitivamente fuori la forza della voce di Cobain che rilassa l’ascoltatore con un’atmosfera armoniosa, ma non si può dire la stessa cosa del testo, un dialogo tragico che ognuno di noi ha nella testa e nel cuore.
La traccia 7 è un momento di transizione che prende il nome di Territorial Pissings, si parte canzonando un brano hippie anni 60 per poi esplodere in un urlo. Qui viene svelato il significato di “musica fisica”, espressione utilizzata da Cobain soventemente, rimanere fermi è impossibile.

Proseguiamo con un incedere più spensierato con Drain You, parla di amore e difatti era il pezzo più amato dal leader della band. Lounge Act vede come protagonista indiscusso, ed in stato di grazia, il basso di Novoselic: giri semplici ed immediati ormai scolpiti nella memoria.
Ci si prepara ai pezzi finali del disco con Stay Away, atmosfera da pogo, un pugno nello stomaco senza regole, onore e menzione speciale alla batteria di Grohl.

Il penultimo pezzo On A Plain è un preludio al gran finale, dominato dalla ripetitiva voce di Cobain che, grazie ai lamenti finali, conferisce una melodicità senza precedenti. Si chiude così l’album con Something In The Way: una ballad divina la quale narra la vita di Kurt quando, scappato di casa, visse sotto il ponte Aberdeen, il testo descrive in toto il brano. L’album ha un finale a sorpresa tuttavia perchè subentra una Ghost Track: dieci minuti di attesa per Endless, Nameless: rabbia allo stato puro, urla e chitarre distorte chiudono un disco che ha segnato un’epoca, definito una generazione e consacrato una band e un uomo in particolare tra le più importanti del pianeta e del panorama musicale.

Poco importa se il nome e l’immagine di Kurt Cobain siano stati commercializzati e via dicendo, qui si parla di musica e di emozioni e trasportarli su un disco è cosa per pochi, pochissimi eletti.