Da giorni non si parla d’altro. Un altro nome tra i più grandi annoverati nel firmamento musicale è saltato fuori dal cilindro magico, probabilmente per dare adito allo sharing televisivo. Lasciamoci alle spalle le bucoliche riflessioni su Freddy e Bohemian Rhapsody, che un po’ ha fatto storcere il naso ai benpensanti, ma le tematiche rappresentate erano quanto meno digeribili. Se è vero che i titoli presentati sulle locandine dei giornalai sono selezionati per dirigere il nostro umore e le nostre scelte della giornata, allora anche la scelta del palinsesto televisivo non sarà da meno.

In Italia le cose vanno male, lo sappiamo. Quindi probabilmente il messaggio è: le cose possono sempre andare peggio e quale “miglior” scelta di “festeggiare” la Festa del papà se non con Michael Jackson in prima serata? Stasera verrà trasmesso il fatidico documentario Leaving Neverland, anzi oggi e domani. La pellicola ha già fatto parlare di sè, il motivo? Ribaltare le spoglie sepolte di Jacko, perchè qui ci possiamo scordare i bei tempi di This Is It, il mito che danzava e cantava, che ha dato una svolta al mondo musicale, idolatrato da chiunque. Ora l’ago della bilancia pende verso i Tabloid internazionali. 4 ore durante le quali i cresciuti Wade Robson e James Safechuck sostengono in lunghe interviste tutte le molestie ricevute da parte di Michael Jackson. Il tema delle serate italiane dedicate alla Festa del papà è la pedofilia, per scriverlo fuori dai denti.

Le risposte sono già ovunque: Paris Jackson e uno pseudo-suicidio. Louis Vuitton che ritira dalla collezione ogni capo d’abbigliamento che possa minimamente ricordare MJ. Una puntata dei Simpson ritirata nella quale c’era proprio il Re del Pop. Il museo dei bambini The Children’s Museum a Indianapolis ha deciso di rimuovere alcuni oggetti dell’artista da una mostra e a giugno, in occasione del decimo anniversario della sua scomparsa, non ci sarà alcuna celebrazione. Inoltre alcune stazioni radio in Nuova Zelanda e in Canada hanno sospeso la musica di Michael Jackson. Stessa sorte nella programmazione della Bbc, che ha messo al bando i brani della popstar. Una vera e propria caccia alle streghe, che tuttavia prima di morire erano state assolte da ogni imputazione, anche quelle minori. Il regista già minaccia un sequel, con altre vittime pronte a parlare e un hashtag #MeToo per denunciare quello che è stato fatto. Purchè se ne parli? Purchè si guadagni, piuttosto.

Ma veniamo al documentario. Ovviamente noi ci asteniamo da prese di posizioni, tuttavia nella nostra umiltà abbiamo spulciato fior di recensioni ovunque per notare il riscontro. Fallimentare. Un regista schierato il quale basa la veridicità delle sue parole su due voci, quelle dei due bambini cresciuti, e rispettivi familiari, il resto in silenzio o è stato tagliato, la dichiarazione del padre del film in merito a questa critica: “Qual è l’altra faccia della storia? Che Michael Jackson era un grande intrattenitore e un bravo ragazzo?”. Un tema così spinoso affrontato senza la necessaria terzietà.

La qualità effimera delle immagini raffiguranti Michael Jackson, volutamente brutte, sgranate crea nello spettatore un effetto distopico: ciò che è brutto è pure pericoloso. Inoltre i due testi sono precisi quanto degli scolaretti dalle frasi imboccate le quali iniziano sempre con “un giorno”, “una volta”, la contestualizzazione, molto precisa solitamente in seguito ad un trauma, manca totalmente; ma qui siamo nel mondo Neverland, delle favole, del “c’era una volta”. Frasi dei due ex giovani quali “Una mattina, quando mi sono svegliato, Michael mi ha sorriso e mi ha detto di avermi praticato sesso orale mentre dormivo”, nessuna somministrazione di droghe, solo un sonno pesante, molto pesante; ed una delle due madri eccessivamente ridanciana nei propri racconti inerenti il proprio pargolo. Si susseguono ulteriori frasi e ricordi che non coincidono con la realtà: abusi in seguito ad esibizioni mai fatte da Michael. Tagli del regista su frasi dette a metà, anzi taglia e cuci, per trovare nuovi risvolti per svelare l’orco dietro al Re del Pop.

Molti altri indizi, innumerevoli, rendono la pellicola vaga e fumosa. Ripetiamo che noi non entriamo nel merito delle testimonianze, o della buona o cattiva fede. Noi lo vediamo in modo obiettivo: il documentario è scarso, approssimativo. Sembra più un raptus studiato proprio nel decimo anniversario dalla scomparsa del cantante. Un documentario può avere più credibilità di un processo? Due interviste di 4 ore possono andare contro un risultato di innocenza in 14 capi d’imputazione su 14, derivati da 13 anni di indagini riguardanti intercettazioni telefoniche, conti bancari sotto controllo, microspie nelle abitazioni, 3 perquisizioni a sorpresa e più di 200 testimoni (bambini e non) ascoltati. Il Diritto alla Difesa è a farsi benedire, come può un morto difendersi? Perchè di questo, tra l’altro si parla. Quando il gatto non c’è i topi ballano: processo tra viventi, niente è mai successo. Processo a sei piedi sotto terra: Babau.

Noi ci domandiamo quanto un documentario di questo genere possa in realtà essere pericoloso nel suo pressapochismo d’esecuzione. Se vuoi denunciare e trattare un tema proibito come quello della pedofilia, se davvero vuoi stroncare un’aberrazione del genere, allora è tua premura circondarti di ogni prova possibile, che qui mancano. La tua premura diventa vedere come può ridurre le persone, proprio per denunciare i risvolti psicologici atroci. Citiamo il primo album dei Korn, nel quale nella traccia finale si ascoltano minuti di odio e disperazione di un giovane Jonathan Davis distrutto da un’esperienza allucinante, che ha condizionato ogni giorno e ogni scelta della sua vita futura. Di una disperazione simile, nei due testimoni non se ne vede nemmeno l’ombra, nemmeno il riflesso nelle loro orbite.
Parafrasando Einstein, un documentario di questo calibro è solo il culmine dell’ignoranza.